QUALCHE CENNO BIOGRAFICO DI CARMINE DE LUCA
di Mario Di Rienzo
A Corigliano Calabro, in provincia di Cosenza, il paese dove Carmine era nato nel 1943, i familiari e gli amici lo chiamavano Minuzzo, un diminutivo che gli stava addosso a pennello, sia per la sua struttura fisica minuta sia per l’allegria e la simpatia umana che riusciva a emanare in tutte le occasioni, da quelle serie di discussione e confronto, a quelle più conviviali e non formali.
Nato da una famiglia poverissima, ultimo dei quattro figli maschi, Carmine seguì l’esempio di Gigino, il secondo. Come Gigino (professore e poi preside di scuola media), Carmine cercò e trovò nello studio il riscatto sociale. Non furono anni facili perché lo studio sia pure accanito e voluto andò quasi sempre di pari passo con la miseria, con la ricerca del pezzo di pane. E tuttavia i suoi anni da studente furono vissuti con speranzosa allegria, alimentata dall’attivismo politico e culturale che ruotava intorno ai circoli culturali giovanili di sinistra.
GLI STUDI UNIVERSITARI E LE LETTURE PREFERITE
Conseguita la maturità scientifica, Carmine si iscrisse alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari e si mantenne agli studi lavorando presso uno studio notarile di Corigliano. Da questo lavoro ricavò oltre al magro stipendio un’abilità particolare: divenne un velocissimo dattilografo. Scriveva a macchina con una velocità e una precisione impressionanti.
Gli anni dell’università (anni Sessanta) furono gli anni della militanza politica, della scoperta della linguistica e degli studi sulla poesia. Scoprì Tullio De Mauro e Gianni Rodari dalle pagine di “Paese Sera”, lesse con continuità ”L’Espresso” di Arrigo Benedetti e cercò di dare una solidità alla sua cultura marxista leggendo i classici del marxismo e soprattutto i Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, seguendo il settimanale del PCI “Rinascita”, il periodico “Critica marxista” e spulciando, di tanto in tanto, anche la “Monthtly Riview”. L’impegno e l’attivismo politico, però non lo distolsero mai dai suoi studi preferiti: la letteratura, in particolare la poesia, e la linguistica; seguì le vicende e il dibattito sulla letteratura attraverso varie riviste: ”Quindici” del gruppo ’63, “Il Verri” fondato da Luciano Anceschi e poi il trimestrale einaudiano “Strumenti critici”.
Dopo essersi laureato con una tesi sulla Paratassi in Plauto, Carmine lasciò lo studio notarile e cominciò a insegnare Lettere nelle scuole secondarie. Nel1971 vinse il concorso a cattedra, si sposò e si trasferì a Roma, dove continuò a coltivare i suoi studi “privati” e preferiti e cominciò a interessarsi più specificatamente di studi linguistici; si iscrisse alla SLI (Società Linguistica Italiana)e ne seguì i congressi e le varie elaborazioni acquisendo in questo campo una competenza non comune.
IL TRASFERIMENTO A ROMA E L’INGRESSO A “RIFORMA DELLA SCUOLA”
I primi anni romani furono anni di esplorazione, di contatti, di ricerca di un punto di riferimento. Ci volle un po’ di tempo, ma alla fine lo trovò nella redazione del mensile “Riforma della scuola”, diretto da Lucio Lombardo Radice, Mario Alighiero Manacorda e Francesco Zappa. Intorno a “Riforma della scuola”, nella seconda metà nella seconda metà degli anni Settanta, ruotava un gruppo di intellettuali disomogeneo per formazione culturale ma omogeneo per intenti e soprattutto molto vivace. Carmine vi entrò in punta di piedi, con umiltà, ma ben presto le sue qualità vennero apprezzate e messe a frutto. Nel giro di un paio d’anni da collaboratore esterno, venne chiamato a far parte della redazione. Da allora, fino alla chiusura della rivista (1992) Carmine ne è stato protagonista e animatore appassionato con scritti, proposte e iniziative, sia sotto la direzione di Lucio Lombardo Radice sia sotto la direzione di Tullio De Mauro, sia sotto la direzione di Franco Frabboni. Cercò in tutti i modi anche di evitarne la chiusura, ma non gli riuscì.
“Riforma della scuola”, di fatto, fu un trampolino di lancio per Carmine, come per tutti coloro che vi hanno lavorato come redattori e come collaboratori. Il prestigio acquisito dalla rivista favorì l’apertura di tante porte ai suoi collaboratori più stretti, che oggi occupano posti nevralgici in diverse strutture culturali ed editoriali, oltre che nelle università e centri di ricerca.
LA LUNGA FEDELTÀ A RODARI
Durante il primo periodo di collaborazione con “Riforma della scuola”, arrivò Carmine da parte del Comune di Pavia, tramite Franco Ghilardi, anche lui allora assiduo collaboratore di “Riforma”, la richiesta di un saggio su “Rodari giornalista”. Carmine vi lavorò intensamente e appassionatamente. Passò giorni e giorni in biblioteca e nella redazione di “Paese Sera” e “L’Unità”, raccolse una quantità di materiale impressionante, poi lo ordinò per temi e lo analizzò. Il saggio, pubblicato nel volume Leggere Rodari (Provincia di Pavia), Ufficio Scuola, Pavia 1981) non è solo il primo scritto di una lunga fedeltà di Carmine a Rodari, ma l’unico studio serio e documentato su tutta l’attività di Rodari giornalista tout court. Anche altri si sono occupati degli scritti giornalistici di Rodari, ma ne hanno studiato solo un aspetto, prevalentemente quello educativo.
A questo primo lavoro Carmine ne fece seguire altri nei quali analizza le idee di Rodari, ne rintraccia le origini e le parentele letterarie, ma al tempo stesso evidenzia con argomentazioni e documentazioni convincenti la loro originalità e portata dirompente, troppo spesso però sottovalutata o addirittura ignorata dagli intellettuali di sinistra. Gli studi più significativi in questo senso sono il saggio “La lunga fedeltà alla fantastica”, pubblicato nel volume Il favoloso Gianni (Ufficio Scuola della Provincia di Pavia/Nuova Guaraldi editrice, Pavia 1982) a cura di Franco Ghilardi, e Gianni Rodari, la gaia scienza della fantasia, Abramo editore, Catanzaro 1991. A questi studi vanno aggiunti i volumi di Rodari (Il cane di Magonza – 1982; Io e gli altri – 1988; Il giudice a dondolo – 1989; Il gatto viaggiatore -1990; Il cavallo saggio -1990; Scuola di fantasia -1992), usciti tutti per gli Editori Riuniti (Roma) e da lui curati e presentati con brevi ma illuminanti note. Nel giro di un decennio Carmine diventò un rodarolo eminente, a cui tutti si rivolgevano per iniziative su Rodari e le sue opere. Tra le tante iniziative su Rodari che ebbero Carmine come gran maestro concertatore vanno ricordati il convegno Se la fantasia cavalca con la ragione promosso dal Comune di Reggio Emilia nel 1982, i cui atti furono pubblicati l’anno successivo (1983) dalla casa editrice Juvenilia di Bergamo e quello organizzato dal Comune di Orvieto nel 1993 Le provocazioni della fantasia: Gianni Rodari scrittore e educatore, i cui atti furono pubblicati nello stesso anno dagli Editori Riuniti (Roma).
Ed è nel segno di Rodari che fonda nel 1994 la rivista “C’era due volte…” del “Centro Studi Gianni Rodari” di Orvieto, che ha diretto con tanta passione, competenza e orgoglio.
GIORNALISTA E ORGANIZZATORE CULTURALE
Nella redazione di “Riforma della scuola” Carmine affinò il suo stile di scrittura, cominciò a collaborare con “L’Unità” e a farsi promotore di iniziative editoriali. Fu lui, insieme a Carlo Pagliarini, a ideare e realizzare la rivista “Ragazzarci” (1984). A lui si devono anche l’ideazione e la realizzazione, insieme allo stesso Pagliarini e Franco Frabboni, di “Albero a elica” (1985), un mensile per l’extrascuola e per gli educatori del tempo libero, pubblicata prima dall’editore Giunti di Firenze e poi dalla Jonica di Cosenza, e, insieme a chi scrive, il trimestrale di Lingue, letterature e storia per la scuola secondaria superiore, “Metafore” (1989), edito dalla Paravia di Torino.
Gli anni Ottanta, in verità, furono per Carmine anni di attivismo culturale straordinari. Ideò e realizzò, insieme a chi scrive, l’antologia (3 volumi) per la scuola media, Parole in viaggio, per i tipi di Paravia (1989) e curò per la Bruno Mondadori una serie di volumi di narrativa per la scuola secondaria superiore. Lavorava sodo ma allo stesso tempo si divertiva: il lavoro editoriale gli piaceva. Gli piacevano i libri sia per i contenuti che come oggetti, come prodotti di mercato. Per questo era meticoloso e attento alla veste grafica, all’impaginazione, alla titolazione. Fu, perciò, assai felice quando Tullio De Mauro gli propose l’incarico di coordinatore editoriale degli Editori Riuniti, incarico che Carmine assunse ed espletò con grande entusiasmo e scrupolosità, stringendo rapporti di collaborazione e di amicizia con un gruppo di intellettuali, studiosi e artisti famosi. A uno di questi, Lele Luzzati, dedicherà un saggio di rara finezza e penetrazione. Il saggio si intitola “La poetica dello scarto e del ritaglio” ed è stato pubblicato nel bellissimo volume Emanuele Luzzati, Tormenta editore, Genova 1996.
LA LETTERATURA PER L’INFANZIA
Agli inizi degli anni Novanta, la vita di Carmine ebbe un brusco cambiamento: un intervento chirurgico molto lungo e delicato gli minò la salute e fu costretto a sottoporsi a cure lunghe e dolorose con frequenti e ricorrenti ricoveri in clinica. Quando si riprese, ritornò a lavorare agli Editori Riuniti, ma il clima era cambiato. La casa editrice era entrata in crisi, era cambiata la proprietà. Non c’era più Tullio De Mauro e il gruppo di intellettuali e studiosi che costituiva il nerbo della produzione editoriale si era sfaldato. Carmine si trovò solo e ben presto fu messo in condizione di lasciare l’incarico.
Questa vicenda lo amareggiò molto, ma reagì, come al solito, con l’ottimismo della volontà. Cominciò a collaborare con maggiore assiduità a “l’Unità” e al periodico di Raffaele Simone per la Nuova Italia, “Italiano & oltre”. Insieme ad Anna Mattei progettò e diresse una collana di testi letterari per la scuola secondaria “I libri verdi”, per le edizioni Archimede del gruppo Bruno Mondadori di Milano (1992). Pubblicò un volume Versi in classe, Editrice Valore scuola, Roma, 1994, riprendendo e arricchendo il materiale utilizzato in parte per la sezione poesia dell’antologia Parole in viaggio. Intanto si immerse a capofitto nello studio della letteratura per l’infanzia, anche perché voleva dare alla rivista “C’era due volte…” un impianto sempre più marcato di periodico in cui si discutesse in modo serio e approfondito di temi e problemi di letteratura per l’infanzia a tutto campo, senza inserrarsi nelle maglie dell’attualità spicciola, visto che il panorama editoriale, in questo settore, si faceva sempre più incolore.
Il frutto più maturo di questi studi lo si ritrova nel volume scritto insieme a Pino Boero, La Letteratura per l’infanzia, Editori Laterza, Bari-Roma (1995), un manuale di successo che rompe un monopolio, in base al quale la letteratura per l’infanzia era terreno di studio e di esplorazione di pedagogisti. Questo manuale, invece, è opera di un critico letterario (Pino Boero) e di un intellettuale sui generis come Carmine.
Alla fine del 1995, l’editore Giunti, che da un paio d’anni aveva dato vita a una collana economica di libri per ragazzi, la collana GRU (Giunti Ragazzi Universale), diretta da Matteo Faglia, decise su proposta di chi scrive, di allegare al quindicinale “La Vita Scolastica” una rivista trimestrale dedicata alla letteratura per l’infanzia. Nacque così “Robinson”, periodico di educazione alla lettura, e Carmine fu cooptato nella redazione della “Vita Scolastica” con l’incarico speciale di curare e coordinare la redazione di “Robinson”, cosa che ha fatto fino agli ultimi giorni della sua vita con la solita incomparabile competenza e serietà, conquistandosi l’ammirazione dei nuovi lettori e le simpatie dei nuovi collaboratori.
L’ultimo progetto portato a termine da Carmine, i quattordici volumetti sulle Fiabe pubblicati con “L’Unità”, nella primavera-estate del 1996, può essere considerato un piccolo capolavoro editoriale, per la felicità delle scelte e le acute note critiche che accompagnano ciascun volume, note che, per la qualità della scrittura e la pregnanza dei contenuti, meriterebbero di essere raccolte in un volume.
di Mario Di Rienzo,
direttore della rivista “Vita scolastica”, di “Scuola dell’infanzia” e Responsabile del Centro Studi Gianni Rodari di Orvieto, ha pubblicato questo testo sul n. 9 del febbraio 1998 della rivista “C’era due volte…”.